Il Supervulcano della Valsesia, tra geologia e vino

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Questa è una storia che inizia 290 milioni di anni fa e che finisce il 5 settembre 2013. È una storia che parla di rocce, di cataclismi, di uomini, di scommesse. E che parla anche di vino.

 

290 milioni di anni fa il nostro pianeta era occupato da un unico grande continente – la Pangea – ed era caratterizzato da grandi anomalie termiche. Una di queste interessò gran parte di quella che adesso è l’Europa, provocando una fusione parziale del mantello terrestre a profondità che raggiunsero i 25 chilometri. La contemporanea risalita di magma portò, dopo circa 10 milioni di anni, a una violentissima eruzione: il sistema collassò e si formò un’enorme caldera di oltre 13 chilometri di diametro. Questa situazione durò pochi giorni, perché la camera magmatica crollò, portando ad una super eruzione: l’emissione di centinaia di chilometri cubi di materiale vulcanico che diede vita a uno dei più violenti accadimenti geologici conosciuti.

 

Circa 180 milioni di anni or sono la Pangea iniziò a dividersi, dando origine agli embrioni di quelli che sarebbero poi diventati i continenti che noi conosciamo. La loro deriva portò altri stravolgimenti, e 60 milioni di anni fa la collisione tra la placca africana e quella europea, oltre a provocare la formazione delle Alpi, in corrispondenza di quella che ora è la Valsesia provocò una sorta di ripiegamento della crosta terrestre, facendo affiorare la parti più profonde che alimentarono quello che viene comunemente chiamato un supervulcano. Una sorta di fossile geologico che racconta cosa accadde a sino a 25 chilometri di profondità. Un laboratorio a cielo aperto che consente ai geologi e ai ricercatori di studiare non solo quello che avvenne nel passato, ma anche di acquisire conoscenze al fine di studiare gli sviluppi futuri di quello che avviene nelle profondità del nostro pianeta dove esistono ancora vulcani attivi.

 

 

Un ardito salto temporale ci porta agli inizi degli anni ’80, quando il Professor Silvano Sinigoidell’Università di Trieste e James Quick, prorettore della Southern Methodist University di Dallas iniziano a percorrere la Valsesia e l’adiacente Valsessera in lungo e in largo studiando e catalogando i numerosi affioramenti di rocce vulcaniche. È un lavoro lungo e faticoso, che prevede il dormire in tenda, l’arrampicarsi in corda doppia su pareti a strapiombo, il guadare torrenti. E poi ci sono le analisi di laboratorio, le datazioni al Carbonio14, le ore passate sul computer e sulle carte a incrociare dati e studiare tabelle. Ma è un lavoro che alla fine da i suoi frutti.

Il 2 ottobre 2009 lo stesso Professor Sinigoi presenta i risultati dei numerosi anni di ricerca in una conferenza a Bogosesia, confermando la teoria che quelli affioranti in Valsesia sono effettivamente i resti di un supervulcano fossile. La notizia, praticamente ignorata dalla stampa italiana, ha grande rilevanza nell’ambiente scientifico, tanto da fare il giro del mondo e da meritarsi le prime pagine di numerose pubblicazioni scientifiche.

 

 

Il 14 novembre 2011 nasce l’Associazione “Supervulcano Valsesia”, che oltre a portare avanti un’attività divulgativa – sempre sotto la supervisione del Professor Sinigoi – lavora per ottenere il riconoscimento da parte dell’Unesco del geoparco. Il 29 novembre 2012 l’Associazione decide di allearsi con il Parco Nazionale della Val Grande, al fine di ottenere maggior visibilità e maggior peso mediatico.

E siamo al 5 settembre 2013. Ad Ascea (nel geoparco del Cilento) durante la 12ª conferenza europea dei geoparchi, l’Unesco ha incluso il Geoparco Sesia - Val Grande nella sua lista. Un risultato importantissimo, che non solo premia gli sforzi compiuti ma che evidenza la rilevanza di un sito che ha pochi simili sul pianeta.

 

Qui finisce la storia. Ma ne incomincia subito un’altra. Il riconoscimento da parte dell’Unesco, e – finalmente! – l’eco data all’evento da parte della stampa, rappresenta una grande opportunità di promozione per un territorio ingiustamente poco considerato dal turismo. Un volano che speriamo sia sfruttato a dovere e che potrà avere positive ripercussioni anche sul comparto vitivinicolo della zona.

Il vino, appunto.

 

 

Un territorio così ricco e interessante dal punto di vista geologico non può che incuriosire ilSommelier appassionato, soprattutto perché i vitigni più coltivati in zona sono quel nebbiolo che più di ogni altro sa leggere e interpretare il terroir, e la Vespolina, vero autoctono e responsabile di una spiccata nota aromatica. E in Valsesia, sia sulla sponda vercellese sia su quella novarese, c’è da divertirsi, visti gli innumerevoli tipi di terreno presenti, anche all’interno delle singole denominazioni.

 

Se i porfidi la fanno da padrone, specialmente nelle zone di Boca e Bramaterra e con un’incursione nella parte nord del Gattinara, troviamo, in ordine sparso, graniti, calcari, quarziti, scisti, arenarie, sabbie e – ovviamente – vulcaniti. Caratteristica comune di tutti i materiale è quella di essere a reazione acida, con pH che nel caso di Boca arrivano a un valore di 2,85 (quello dell’aceto è 2,9!).

 

Ogni denominazione presenta caratteristiche proprie e inconfondibili, ma due sono le caratteristiche che le accomunano, entrambe derivate dal terreno: la spiccata mineralità che ne caratterizza l’impianto olfattivo e una decisa impronta sapida ma soprattutto acida che rende i vini piacevolmente saporiti e adattissimi agli abbinamenti gastronomici: non solo quelli scontati con carni rosse e selvaggina, che se si ha il coraggio di osare sono garantite piacevolissime sorprese. Ma l’acidità si esprime al meglio quando si degustano bottiglie con lustri – se non decenni – sulle spalle, contribuendo a una ricchezza e a una (sempre relativa, che la base nebbiolo si fa sempre sentire) facilità di beva che ha pochi riscontri, anche nei più blasonati cugini di Langa.

 

Il riconoscimento da parte dell’Unesco può rappresentare un importante volano anche per il comparto vitivinicolo, in una zona dove la viticolture venne praticamente abbandonata nel corso del XX secolo, quando le due Guerre Mondiali e l’industrializzazione della zona decimarono gli ettari vitati, che passarono di 450.000 ai 700 attuali. Se vi recate in Valsesia (ed è più che un invito) faticherete nell’individuare le vigne, ormai coperte e nascoste da un bosco che ha mangiato tutto con sorprendete vigoria. Ma quelle che, magari con l’aiuto di qualche produttore, riuscirete a trovare (alcune anche storiche e ancora allevate con il sistema della maggiorina) e che paiono quasi rubate alla vegetazione circostante vi sorprenderanno per la loro bellezza. Ripensatele, poi, quando stapperete una bottiglia di Gattinara, di Boca, di Lessona, di Bramaterra… Vi sembrerà ancora più buona.

 

AIS PIMONTE

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