Verticale Boca Castello Conti. di Il Fede

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Il tempo non si può fermare. Il suo scorrere impetuoso travolge ogni cosa trascinandola con sé lungo il fiume della storia. Tempus fugit si usa dire, ma più che fuggire il tempo insegue, impone il proprio ritmo, la propria cadenza alle azioni umane che devono fare i conti con i suoi inesorabili rintocchi. Il modo migliore per affrontare l’avanzare del tempo è assecondarlo, accettarlo e cercare di indirizzarlo, senza mai farsi cogliere impreparati. Nel vino l’azione del tempo può essere nobilitante così come deleteria a seconda di come il vino stesso è stato preparato ad affrontare il passare degli anni...

 

Poi ogni tanto c’è qualcuno che cerca di fermare per un attimo il fluire del tempo, prova ad imporre una pausa per guardare indietro a ciò che è stato, cercando di sbirciare oltre la cortina di fumo che avvolge il domani per interpretarne i contorni. Delle cantine del Castello Conti avevo già parlato in precedenza, il Boca delle tre sorelle Conti mi era rimasto impresso per carattere e tipicità. Quindi sono stato estremamente contento di aver potuto partecipare alla degustazione organizzata per il cinquantesimo anniversario della fondazione della cantina da parte di Ermanno Conti: una verticale di 20 annate che ci ha riportati indietro fino agli inizi degli anni ’80, stoppando per qualche ora il tempo che, impotente, è stato a guardare quanto succedeva nella grande sala eventi della cantina di Maggiora.
Il Boca è un uvaggio di Nebbiolo in prevalenza, accompagnato da Vespolina in quota minoritaria ed Uva Rara in maniera residuale. È una DOC storica le cui radici affondano nella terra scura venutasi a depositare all’interno del cratere di un super vulcano che abbraccia l’intera zona di produzione, donando al vino quel carattere ferroso tipico che lo contraddistingue. Riuscire ad entrare in sintonia con venti annate di uno stesso vino non è impresa semplice, tutte avevano un’anima comune che scorreva sotto alle impressioni sensoriali e le accomunava ad una medesima progettualità. Per cui, anche per evitare la confusione di un lungo elenco di date e descrittori riporterò le impressioni che ho maturato su una selezione di millesimi la cui l’ultima batteria purtroppo mi sono perso a causa di una beffarda vendetta del tempo tiranno che mi ha costretto a lasciare il consesso troppo presto.
Partirei com’è partita la degustazione, magistralmente orchestrata da Armando Castagno, col 2008, ultima annata uscita dalla cantina. Un ragazzino in fasce, fresco, giovane ed accogliente, ma capace anche di pungere con un’acidità palpitante. Il 2006 invece è marziale nel suo incedere: rigoroso, ficcante, speziato e tannico, mi ha ricordato un ussaro in alta divisa che conduce il proprio cavallo al passo, fiero ed altero. Discorso completamente diverso per il 2004, un vino bellissimo che cela la sua bellezza dietro volute di mistero. Un vino complesso ed imperscrutabile, minerale di pietra e caldo di sole, un po’ come il cielo di Blade Runner, il cui sole era splendente sopra una coltre di nubi eterne.
 
L’annata del millennio, la 2000 non quella invocata ad anni alterni da certa stampa, inizia a mostrare i primi segni del tempo. Ma sono segni che ingentiliscono un quadro affascinante, pennellate che apportano colore ad una tela che attende solo la mano del pittore. Tonalità aranciate di agrumi amari aprono le danze per questo vino composto, che pare quasi consapevole della propria potenza e realizzazione, come un elefante che si staglia contro il sorgere del sole, maestoso ed incurante degli anni. Il 1998 sembra invece opporsi strenuamente al passare del tempo sfoggiando una balsamicità sopra le righe e note piacevolissime di fiori secchi, di un’eleganza quasi androgina incrollabile che ricorda l’immagine classica e decadente di Dorian Gray, colui che non voleva rassegnarsi all’agire di Crono. 
 
Il 1996 è forse una delle annate che più delle altre è stata capace di assecondare il passaggio degli anni sviluppando un naso possente, marcante, maschio con note caratteristiche di muschio, mandorle ed una bocca corposa e tannica che fa venire in mente la Langa e l’Aida verdiana, maestosa. Al contrario il 1994 ci regala un vino di una giovinezza senza alcuna incrinatura: succo, acidità, mora, note erbacee e calore si alternano al naso in un susseguirsi armonico ed incalzante mentre l’essere figlio di un’annata calda regala a questo vino piaceovli note dolci in bocca, ricorda una scultura bellissima ed incompiuta o proprio perché incompiuta come la pietà Rodanini di Michelangelo.
Il dittico di annate che segue merita un attimo di pausa e di riflessione. Riflessione sul come due millesimi che abbiano superato i vent’anni possano apparire così giovani e fraschi e contemporaneamente così maturi e pieni, sul come il tempo parrebbe aver cercato in ogni modo di scalfirne la bellezza senza minimamente riuscirci, illimpidendone invece i contorni. L’accoppiata in questione è ’91 e ’90, più famosa la seconda, millesimo memorabile per tanti grandi vini, più sottavalutata la prima prorpio perchè venuta subito dopo. Complicato dire quale risulti più bello ed aggraziato. Il 1991 sa di pepe, di foglia di pomodoro, di leggero peperone, ma è ancora solare, con spiccati rimandi alla frutta fresca, croccante, in particolare lampone e fragola,  ricorda Claudia Cardinale in c’era una volta il West, sprezzante e bellissima. Il 1990 è  grandioso, di una complessità abbellita di nonchalance principesca estremamente femminile, di una morbidezza incantevole 
Come dicevo sono dovuto scappare in anticipo senza poter gustare i vini dell’ultima batteria, ma non prima di essermi fatto servire di rapina un bicchiere di 1984, l’anno della mia leva come si suol dire. Un vino sognante, dalla grande gioventù che non si è voluta sviluppare in complessità ma ha preferito rimanere semplice e fresca.
Un bellissimo viaggio, unico nel suo genere, quasi un’indagine scientifica, ma condotta seguendo le vibrazioni del cuore, dell’animo umano attraverso l’evoluzione del vino. Grazie
 Il Fede

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