Castello Conti di Federico Malgarini


Nelle terre del Boca si respira un’aria particolare. In questo affascinante territorio della bassa Valsesia da cui alzando giusto un poco lo sguardo si può ammirare l’immota potenza del Monte Rosa che, con fare protettivo, sovrasta le colline novaresi  in un gesto quasi paterno si respira l’aria fresca e frizzante della montagna. Quella che quando tira il vento taglia la faccia, ma poi sai già che il giorno dopo ci sarà un cielo limpido e terso che solo Il Veronese nel suo periodo migliore è riuscito a tradurre su tela. L’aria fredda che sa di neve e che scendendo nelle valli si profuma di quel sentore di terra che tanto manca a chi abita in città.

La seconda tappa alla scoperta del Boca l’ho fatta alle cantine del Castello Conti, una delle prime a credere fermamente nelle potenzialità di questo territorio. Quando nel 1963 Ermanno Conti decise di coronare il suo sogno di tornare alla viticoltura, attività dei suoi ascendenti, le colline intorno a Boca si stavano già spopolando e quella terra che solo trent’anni prima mostrava una pletora di vigneti che ammantavano tutti i versanti, già si stava riconvertendo a bosco incolto. Ma quella è la terra che ha scelto Ermanno (ed è giusto che il verbo stia al centro, perché non si capisce chi sia lo scelto e chi colui che sceglie) e che oggi le sue tre figlie continuano a curare con passione e dedizione.


Fare vino è un’arte, moderna quanto antica. Lo è per il processo con cui un vino è prodotto, molto più vicino alla genesi artistica che non alla prassi industriale, lo è per l’emozione che riesce a suscitare nelle persone (penso di aver visto più di una persona in preda a chiara sindrome di Stendhal di fronte a bottiglie di vino eccezionali). Questa analogia è perfettamente incarnata nella minore delle tre sorelle Conti, Elena. Una vita parallela nel mondo dell’arte, passione primigenia che continua attivamente a coltivare e che ha mutuato in cantina trasformando gli ambientei in spazi espositivi per artisti contemporanei della zona. Un’attività giornaliera in vigna, a curare le viti ed  riscoprire metodi di coltura più rispettosi dell’ambiente circostante, che è la più grande opera d’arte diffusa che sia mai stata generata.



L’arte non ha età, e così il vino del Castello Conti transita lungo i decenni senza esserne scalfito, vero Nebbiolo da invecchiamento al quale, come ai signori piemontesi d’antan, è impossibile dare un’età precisa. Così il 2005 è un ragazzino con le guance rosso vivo che profuma di rose e di lamponi e di spezie e ricorda un po’ quei bambini festosi di alcuni quadri fiamminghi, sottili ed affilati. La nota ferrosa tipica del Boca è ben presente in bocca, insieme ad un tannino lieve quasi scherzoso. Ma ancora di più il 1991 che, raggiunta ormai la maggiore età, risulta ancora fresco e vibrante e non ha perso punto dello smalto che aveva in giovinezza. Con gli anni acquista consapevolezza di sé e non teme di sfoggiare note balsamiche, di erbe officinali e minerali. Al gusto risulta pepato, e con un frutto ancora freschissimo ed integro, ricorda un po’ i ritratti dei giovani di casa Savoia in età da accademia.



L’idea che mi son fatto sulla longevità dei vini di Boca è che la ricchezza di ferro di queste terre, plasmate da un antichissimo vulcano al centro della cui enorme caldera si trova l’intera denominazione, preservi il vino dall’ossidazione. Idea che mi è venuta degustando il Boca 1991 di Castello Conti, infatti dopo alcuni minuti a bicchiere fermo il primo sentore che si avverte al naso è ferroso in maniera pungente, ma basta romperne la superficie ruotando il bicchiere per fare ritirare tale nota in secondo piano, facendo emergere tutta la frutta e la spezia che si cela sotto questa cortina (non sono un tecnico, né di vino né tantomeno di arte, quindi prendete le mie parole con la dovuta cautela).



C’è tanto altro da scoprire alle cantine del Castello Conti, spero di avervi messo almeno una pulce nell’orecchio. Il Fede

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