A chi piace naturale di Alex Guzzi

 

A chi piace naturale

 

Entrando il 4 marzo nel Castello di Agazzano in occasione di Sorgente del Vino  Live, Mostra dei vini naturali di territorio e tradizione  mi ero ripromesso di non essere polemico, come spesso mi accade, sul termine “naturale” che è nel titolo della rassegna e che, applicato alla vinificazione, è quanto di più vago si possa trovare. Il castello, pur grande, era ai limiti della sua ricettività, con qualche spazio d’aria solo nel cortile: un successo, considerata la giornata grigia e la location non proprio servita da grandi strade. Pubblico in maggioranza giovane, apparentemente competente, decisamente curioso. Era evidente il forte appeal della “naturalità” nell’approccio fiducioso con cui la gente avvicinava i banchi di assaggio: vino sano, fatto con uve buone, da gente seria, si pensa. Il clima era allegro, una via di mezzo tra festa paesana e il meeting di esperti, dove gli uni (i paesani) rubano spesso il linguaggio agli altri (gli esperti), ma nessuno rinuncia ad esprimere  un proprio punto di vista in sede di assaggio. Così tra tanta folla e 100 produttori presenti abbiamo dovuto necessariamente scegliere e, inevitabilmente, privilegiare molti nomi già noti, la cui qualità è una certezza, limitando gli “esperimenti” e le escursioni nell’ignoto.
 
Ai primi posti per qualità Elena Pantaleoni de La Stoppadi Rivergaro (PC), con vini di personalità, anche quando si allontanano dalle uve classiche del territorio, i trentini Nosiola e Teroldego di Redondel di Mezzolombardo, le interessanti bollicine di Franciacorta (Cellatica) di Cà del Vènt, i risorti (e da rivalutare!) nebbioli novaresi di Castello Conti, il Barbera della But di Costigliole d’Asti, il rosso Oltrepo mosso e generoso di Piccolo Bacco dei Quaroni, i valtellinesi “veri” (non falsati da vendemmia tardiva aggiunta!) di Arpepe, ma anche l’incredibile Cannonau di Giovanni Montisci di Mamoiada (NU), un mix di aromi sorprendente. Dei toscani, presenti in forze, ho assaggiato solo i più eroici, nati dalle isole di Giglio e Capraia, e il mix di uve antiche e moderne de il Monastero dei Frati bianchi a Fivizzano in Lunigiana. Dopo una sosta “fisologica” con un piatto di tajarin al sugo per bilanciare il tasso alcolico, abbiamo concluso il nostro tour dei vini naturali togliendoci alcune curiosità qua e là, dalla Calabria al Veneto, a volte strattonati da amici che la sanno lunga, a volte sedotti dal sorriso di una bella signora. Alla fine abbiamo ceduto per stanchezza e riguadagnato faticosamente la via del ritorno, anche perché al calar della sera il luogo non offriva gran possibilità di adeguato ristoro.

Sarebbe facile dilungarsi  sulla possibilità di far crescere e migliorare manifestazioni come queste, rendendole ancora più accoglienti e organizzate, ma non è ciò che ci interessa. Quello che ci ha colpito e ci fa riflettere nella manifestazione di Agazzano, è la forte “voglia” di naturalità, di genuinità e di freschezza, che il pubblico esprime e che, evidentemente, il mondo “ufficiale” del vino non soddisfa a sufficienza. Dentro questo entusiasmo, che mi ricorda il Veronelli grintoso delle prime battaglie per il vino genuino, c’è un aspetto decisivo, che è la linea di demarcazione tra vino-vero e vini commerciali: la discontinuità, l’influenza della stagione, che si combinano con la specificità del terroir, distinguono i vini “naturali” (e in questo caso accetto e uso il termine!) mentre lo standard qualitativo costante, l’acidità fissa azzerata, l’equilibrio sempre e comunque, competono ad altri vini, frutto di alta enologia, forse, ma spesso carenti di sincerità.  Non è la lode della povertà tecnica, nè l’illusione che ci sia un vino “buono”, artigianale e quasi domestico, e uno “cattivo” perché prodotto alla luce della moderna tecnologia e con corretta igiene di cantina, bensì la voglia di avere nel bicchiere un riflesso del tempo che viviamo, delle stagioni, del territorio, degli uomini che ci stanno dietro. Non è, a mio avviso, questione di qualche grammo di metabisolfito di potassio in più, nè di aderire a ideologici manifesti biodinamici, ma semplicemente avere rispetto per il naturale ciclo biologico della campagna e le sue variazioni stagionali.
 
Purtroppo anche il gusto si imborghesisce crescendo: molti dei ragazzi entusiasti dei “vini naturali” di oggi, come hanno fatto alcuni di noi, vorranno fare e sapere di più, passeranno attraverso corsi di degustazione, più o meno severi, conosceranno giurie e sommelier d’esperienza e pian piano si allontaneranno dalla voglia di freschezza e naturalità, attratti da sapori più facili, già maturi, evoluti ed equilibrati, curiosamente vicini agli standard di gusto studiati attentamente a tavolino dai wine-maker e premiati da gamberi, bicchieri e molti dobloni. Solo pochi manterranno la fantasia e l’anticonformismo necessario per applaudire a scena aperta l’estremismo stimolante di un (vero) Blanc de Morgex o le note graffianti di certi (imperfetti, ma autentici) Sangiovesi toscani, per apprezzare un Taurasi di montagna, duro come un Barolo giovane, o entusiasmarsi per un Grignolino imprevedibile ed anarchico (Veronelli docet) o un criptico, ma grande Timorasso: non è facile restare eterni ragazzi, essere rockers malgrado l’abito blu, non farsi tentare dal wine-business e mantenere la disponibilità a lasciarsi sedurre dal nuovo, dall’originale e dall’insolito. Noi, tuttavia, ci proviamo ancora.

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