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Arte e Vino


2° serie etichette d'artista di Mauro Maulini

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Maggiora terra d'uva di Fulvia Minazzoli

Nel dizionario degli Stati del re di Sardegna alla voce Maggiora si legge: "Il suolo è assai produttivo di uve con cui si producono vini che, conservati ed invecchiati, non hanno da invidiar nulla al miglior barolo". Oggi Maggiora è solo una piccola stella nel firmamento vinicolo delle colline novaresi, ma il suo passato di terra d'uva brilla tra carte d'archivio e note storiche.

Un passato tra vigne e cantine
La dislocazione del territorio rese i maggioresi viticoltori già dal loro primo insediamento. Di sicuro nell'840 Maggiora - l'antica Muzzanum - contribuì a pagare la decima in vino che la comunità di Boca, di cui faceva parte, doveva al Capitolo novarese di Santa Maria. Nel corso del 1300 gli abitanti dell'autonoma Maxoria diffusero la coltivazione della vite sulle pendici collinari a est e più tardi a sud di Muciano.
Nel 1500 l'uva era materia di legge, infatti con i bandi campestri si ordinava :"Nessuno ardisca far vendemmiar o vendemmiar vigna sino licenza per li consoli de esso luogo, sotto pena de uno scudo per cadun contrafaciente". Si ammoniva che "quando le ughe saranno mature, se (il camparo) retroverà maestà fuori delle fratte, che si possino accusar, soldi nove per caduna persona e per caduna volta" e per la raccolta si stabiliva che "i consoli siano obbligati assignar ogni anno ad ogni persona carreggi di vigna vinticinque in esso Comune e in quello giorno ch'esse persone che saranno adunate siano tenute a tagliare ciascuno la sua portione et condurle a caxa".
Bene prezioso e quindi appetibile tanto da far commettere infrazioni. Nel 1592 i bandi erano perentori: "Non rompere o far rompere vendemmia senza licenza dei consoli" e rincarano la multa a cinque scudi; "no pigliar ughe nelle vigne d'altri", soldi cinque per un grappolo, uno scudo se si riempiva la "civera". Le vigne erano da tenere nella massima cura, perciò si vietava di portarvi le bestie tranne per il periodo di vendemmia.

La vigna con metodo e fatica
Fare la vigna era un lavoro di metodo e di fatica che si descriveva così: "Il terreno viene dissodato nella creta o nel sasso all'altezza di due o più braccia. Si pianta ogni sorta d'uva. Si concima nel secondo anno, nel quarto dà frutto, ogni sei almeno si sostiene di nuovi legnami. Ogni anno oltre a potare, nettare i piedi, cambiare i pali, occorre zapparla in maggio e poi meglio una seconda volta". Si calcolavano "trentaquattro piedi di vigna per ettolitro di vino". Si precisava però che, pur essendo "un buon metodo", "Maggiora trovasi un po' discosta dalle strade maestre per cui non ha la sorte di pareggiare gli altri paesi".
A proposito di metodo si usava il sistema a "gabbiolo o quadretto": si interravano quattro ceppette raccolte insieme a venti o quaranta centimetri da terra e poi fatte divergere fino alla legatura a altrettanti pali equidistanti; per la cui provvigione la penuria di legname era stata già segnalata agli inizi del 1800.
Ad occuparsi di vite e vino vi fu anche l'architetto Alessandro Antonelli che "visti i vigneti che non sempre reggevano il carico trascinando nella rovina i grappoli quasi maturi" suggerì d'inclinare i pali per compensare il peso dei tralci e consentire una migliore insolazione. Non solo, giustificava il suo progetto di abbassamento della piazza di Maggiora sostenendo che era per "rendere più comode le strade che da Sottocignoli vanno alla Valeggia e alle Fornaci ov'è la maggior parte delle vigne".
I vigneti migliori li si trovava in località "Orbello, Valmò, Portula, Ordinera, Curto, Motto e San Pietro".